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Diego Schattenhofer
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Al dente: l'arte della cottura perfetta

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Al dente
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Tecniche · Pasta
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Tagliatelle fresche appena scolate con uno schiumarola sopra la pentola di cottura

Cosa significa «al dente»

«Al dente» è un’espressione italiana che in spagnolo si rende letteralmente con «al diente». Questo termine serve a descrivere la cottura della pasta e di altri alimenti, come il riso o le verdure, cotti fino a restare fermi al morso.

La pasta al dente è quella che offre una leggera resistenza quando la si morde, ma senza essere cruda. Questo punto di cottura permette alla pasta di mantenere forma e consistenza, offrendo un’esperienza gustativa ottimale.

Il Diccionario de la lengua española lo risolve con una formula più asciutta: registra «al dente» come locuzione aggettivale riferita a tagliatelle, maccheroni o altre paste alimentari, «cotte in modo da conservare una certa consistenza al morso». È un italianismo radicato in spagnolo e nomina una resistenza, non un tempo da cronometro.

Da dove viene il termine

Il nome è la traduzione letterale dell’italiano «al dente», calata anche in inglese, to the tooth: descrive il gesto con cui si controlla il punto. Ed è più moderno di quanto sembri. Tra il XV e il XVI secolo i ricettari italiani consigliavano di cuocere la pasta per ore, fino a lasciarla molto morbida; fu nel XVII secolo, a Napoli, che cominciarono a documentarsi tempi di cottura molto più brevi. Gli storici Silvano Serventi e Françoise Sabban, autori di Pasta: The Story of a Universal Food, sostengono che la cottura breve e ferma si generalizzò come norma per tutte le paste a metà del XIX secolo, ma che prima della Prima guerra mondiale l’espressione «al dente» era sconosciuta: si diffuse dopo, quando la pasta restò legata all’identità nazionale italiana. Già nella seconda metà del XX secolo, il termine uscì dall’Italia e si diffuse a livello internazionale attraverso la ristorazione.

Detto in altre parole: il modo di cuocere la pasta che diamo per immemorabile ha poco più di un secolo e mezzo, e il suo nome, ancora meno.

La scienza: cosa succede all’amido

Ciò che accade dentro la pasta mentre bolle ha un nome preciso: gelatinizzazione dell’amido. Riscaldandosi in eccesso d’acqua, i granuli si gonfiano in modo irreversibile e perdono la cristallinità; quel cambiamento converte l’amido insolubile della semola in una forma solubile, quella che dà consistenza alla pasta cotta. Nel grano, il processo parte intorno ai 70 °C.

Da lì viene il trucco più affidabile per riconoscere il punto, meglio del cronometro: spezzare un pezzo di pasta a metà e guardare il taglio. Finché si vede un nucleo biancastro e farinoso al centro, l’amido di quella zona non si è gelatinizzato. Quando quel nucleo è appena scomparso, la pasta è al dente.

Perché la pasta al dente ha un indice glicemico più basso

Cuocere la pasta al dente non serve solo a consistenza e sapore: ha anche un impatto significativo dal punto di vista nutrizionale. La pasta cotta al dente ha un indice glicemico più basso rispetto a quella cotta a lungo — così segnala l’American Diabetes Association —, il che può essere utile per gestire lo zucchero nel sangue, aiutando a evitare picchi di glucosio.

Il meccanismo è quello del paragrafo precedente: quanto più completa è la gelatinizzazione, tanto più accessibile resta l’amido alla α-amilasi, l’enzima che lo rompe in zuccheri semplici. Uno studio pubblicato sulla rivista Foods nel 2022 ha confrontato tre gradi di cottura degli spaghetti e ne ha misurato la digestione dell’amido in vitro.

Grado di cotturaCome è stato definito nello studioDigestione dell'amido
Al denteTempo di cottura completo meno 5 minutiL'amido si digerisce in minor misura
Completamente cottaTempo di cottura completo: il punto in cui scompare il nucleo centrale di amidoÈ il riferimento dello studio
Troppo cottaTempo di cottura completo più 10 minutiL'amido si digerisce in maggior misura

Il risultato si è mantenuto in tutto l’intervallo proteico analizzato: la cottura prolungata aumenta la digestione in vitro dell’amido rispetto alla cottura al dente.

In cucina: come azzeccare il punto

Per ottenere una cottura al dente perfetta è importante usare abbondante acqua bollente e cuocere la pasta secondo i tempi indicati sulla confezione, assaggiandola spesso verso la fine del tempo consigliato. I tempi della pasta secca variano molto a seconda del formato e del produttore, ma di solito si muovono tra 2 e 12 minuti: un vermicelli sottile non ha nulla a che fare con un rigatoni a parete spessa. Questi sono i parametri classici:

ParametroRiferimentoPerché
Acqua1 litro ogni 100 g di pastaRegola tradizionale italiana
SaleCirca 10 g per litro d'acquaCondisce la pasta dall'interno
Effetto del sale sull'ebollizione≈ 1 °C in piùNon accelera la cottura: condisce soltanto
Altitudine≈ 3 °C in meno ogni 1.000 mL'acqua bolle sotto i 100 °C e i tempi si allungano
Gelatinizzazione dell'amido di grano≈ 70 °CTemperatura a cui la pasta comincia a cuocere davvero

Due righe meritano attenzione: il sale non fa bollire prima l’acqua — alza il punto di ebollizione di 1 °C —, mentre l’altitudine allunga davvero i tempi.

Da lì, quattro consigli pratici:

  1. Quantità d’acqua: usare almeno un litro d’acqua ogni 100 grammi di pasta.
  2. Sale nell’acqua: aggiungere sale all’acqua di cottura per esaltare il sapore della pasta, circa 10 g al litro.
  3. Mescolare di tanto in tanto: mescolare ogni tanto per evitare che la pasta si attacchi.
  4. Tempo di cottura: assaggiare la pasta un minuto prima del minimo suggerito per non superare il punto al dente, e controllare il taglio trasversale.

Una volta raggiunto il punto al dente, è comune scolare la pasta e mescolarla con la salsa negli ultimi minuti di cottura, permettendo ai sapori di integrarsi mentre finisce di cuocere. Questo metodo è ampiamente usato nella gastronomia italiana ed è celebrato da chef e amanti della pasta in tutto il mondo per la capacità di migliorare la qualità del piatto finale.

Anche il riso si cuoce al dente?

Il termine si usa anche per il riso e le verdure che si vogliono ferme al morso. Con il riso conviene una precisazione che arriva da chi ha più autorità per darla: il responsabile della Denominación de Origen Arroz de Valencia sostiene che il riso «ha un solo punto di cottura, e questo non deve essere al dente». Il chicco deve restare gelatinizzato, ma senza perdere la struttura, che non è il nucleo fermo che si cerca nella pasta. La regola pratica che citano i cuochi per la paella valenciana è una cottura di riferimento di 18 minuti, con una prima fase di 8-10 minuti a fuoco vivo e un riposo finale di circa 5 minuti fuori dal fuoco.

La conclusione non è che il termine sia vietato fuori dalla pasta, ma che ogni prodotto ha il suo punto: il cuore fermo è l’obiettivo nella pasta e un difetto nel riso di una paella.

In Spagna: cos’è legalmente una pasta alimentare

La Spagna ha una definizione legale di ciò che è una pasta. Il Decreto 2181/1975, che approva la Regolamentazione Tecnico-Sanitaria delle Paste Alimentari, le descrive come i prodotti ottenuti per essiccazione di una pasta non fermentata elaborata con semole, semolini o farina di grano duro, semiduro o tenero — o loro miscele — e acqua potabile.

Da lì nasce una distinzione che si legge su molte confezioni senza sapere cosa significhi: quando la pasta semplice si elabora esclusivamente con semola o semolato di grano duro (Triticum durum), può chiamarsi pasta di qualità superiore, categoria con numeri propri:

Requisito (art. 9)Pasta semplice ordinariaPasta di qualità superiore
Umidità massima12,5 %12,5 %
Proteina minima (N × 5,7, su sostanza secca)9,5 %11,0 %
Ceneri massime (su sostanza secca)Non fissato dall'art. 9.10,9 %
Acidità massimaNon fissato dall'art. 9.14º

La norma arriva fino alla materia prima: il Real Decreto 677/2016 fissa la dimensione delle particelle della semola di grano duro in 600-850 micron per la grossa (tolleranza del 20 %) e in 132-600 micron per la fine (tolleranza del 25 %).

Un appunto necessario: la pasta di grano è una delle fonti di glutine che devono vigilare le persone celiache. L’AESAN ricorda che un alimento può etichettarsi «senza glutine» solo quando il contenuto non supera i 20 mg/kg, soglia fissata a livello europeo.

Alle Canarie: La Isleña, pasta di semola ad Arucas

Non c’è una ricetta canaria che usi il termine «al dente» né una forma insulare distinta di cuocere la pasta, ma sì una fabbrica centenaria che il Cabildo de Gran Canaria riconosce come patrimonio storico-industriale.

La Isleña, ad Arucas, nasce nel 1870, quando Gabriel Megías Santana installa in calle Quintana un mulino per macinare grano, gofio e cacao con il nome Chocolates Megías. Nel 1890 legalizza l’attività come fabbrica di cioccolato davanti al Comune di Arucas, nel 1901 riceve il titolo di Fornitore Reale — con diritto a usare lo stemma reale su fatture ed etichette — e nel 1902 l’attività passa a chiamarsi «La Isleña».

Il salto alla pasta arriva tra 1920 e 1930, sotto la direzione di Gabriel Megías Fernández: la casa passa dalla cioccolateria alla produzione di pasta alimentare con semola di grano duro e modernizza i macchinari. Esattamente la materia prima che il Decreto 2181/1975 riserverebbe decenni dopo alle paste di qualità superiore.

La fabbrica continua nel suo locale storico di Arucas, è il marchio di pasta leader nelle case canarie e nel 2019 è stata «Miglior Azienda Familiare delle Canarie» per l’associazione EFCA, dopo più di 150 anni di attività. E continua a muoversi: tra il 2025 e il 2026 ha firmato un accordo con l’Instituto Tecnológico de Canarias per incorporare nella sua pasta un ceppo di spirulina isolato nell’invaso di Los Molinos, a Fuerteventura, adattato per più di due anni all’acqua di mare. Il prodotto si sta introducendo poco a poco sul mercato.

In Argentina: la pasta portata dall’immigrazione italiana

Il terzo strato è dall’altra parte dell’Atlantico. La pasta si è radicata nella cultura alimentare argentina per mano della massiccia immigrazione italiana di fine XIX e inizio XX — milioni di persone in poche decadi —, e l’industria pastaria del paese nacque e crebbe con quell’ondata, nella seconda metà del XIX secolo.

Il risultato si misura: l’Argentina consuma circa 9 kg di pasta a persona l’anno, contro i 23,5 kg dell’Italia, secondo l’International Pasta Organization.

La consuetudine più riconoscibile di quell’eredità sono i ñoquis del 29. Sono di origine nord-orientale italiana, del Veneto, dove il clima favorì la coltivazione della patata; prima che la patata si diffondesse in Europa esistevano già preparazioni simili con farina, semola, pane o formaggio. La tradizione di mangiarli il giorno 29 di ogni mese, con una banconota sotto il piatto per chiedere prosperità, si lega alla leggenda di San Pantaleone, medico e martire cristiano che, secondo la tradizione popolare, benedì con monete la tavola di contadini italiani che lo avevano sfamato un 29.

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Fonti consultate

Foto: 1. Kevin Todora (si apre in una nuova scheda) (CC BY-SA 4.0 (si apre in una nuova scheda)) · 2. Eloquence at English Wikipedia Later versions were uploaded (si apre in una nuova scheda) (Public domain)

Domande frequenti

Cosa significa «al dente»?
È una locuzione italiana che il Diccionario de la lengua española registra per tagliatelle, maccheroni e altre paste alimentari: cotte in modo da conservare una certa consistenza al morso. Letteralmente significa «al dente».
Come capisco se la pasta è al dente senza superare la cottura?
Spezzando un pezzo a metà e guardando il taglio: finché si vede un nucleo biancastro e farinoso al centro, l'amido non si è ancora del tutto gelatinizzato. Quando quel nucleo è appena scomparso, è al punto.
Perché la pasta al dente ha un indice glicemico più basso di quella molto cotta?
Perché una cottura più breve gelatinizza meno l'amido e lo lascia meno accessibile all'amilasi, l'enzima che lo digerisce. Uno studio pubblicato su Foods nel 2022 ha misurato questa differenza: gli spaghetti troppo cotti si digeriscono più in fretta di quelli cotti al dente.
Quanta acqua e quanto sale servono per cuocere la pasta?
La proporzione classica italiana è un litro d'acqua ogni 100 g di pasta, con circa 10 g di sale al litro. Il sale alza appena il punto di ebollizione — intorno a 1 °C —, quindi condisce la pasta dall'interno, ma non accelera la cottura.
Quanto tempo ci vuole perché la pasta risulti al dente?
Dipende dal formato e dal produttore: i tempi della pasta secca si muovono di solito tra 2 e 12 minuti, molto meno nei formati fini che nei tubolari spessi. Il riferimento affidabile è la confezione, assaggiando la pasta un minuto prima del minimo indicato.
Anche il riso si cuoce al dente?
Nella paella valenciana, no. Il responsabile della Denominación de Origen Arroz de Valencia sostiene che il riso ha un unico punto di cottura corretto e che questo non deve essere al dente: il chicco resta gelatinizzato, ma senza perdere la struttura.
Cos'è una pasta «di qualità superiore»?
È una categoria legale spagnola: il Decreto 2181/1975 riserva questo nome alle paste semplici elaborate esclusivamente con semola o semolato di grano duro, con requisiti propri di umidità, ceneri, acidità e proteine.
Si produce pasta alle Canarie?
Sì. La Isleña, ad Arucas (Gran Canaria), produce pasta con semola di grano duro dagli anni venti e trenta del XX secolo ed è oggi il marchio di pasta leader nelle case canarie, con più di 150 anni di storia come azienda familiare.

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